venerdì 16 maggio 2014

FANTASTORIA DEL SIGNOR BIRBO!


Quando leggerete questa storia, forse non capirete bene di cosa stia parlando... magari, poi, qualcuno farà 2+2 e saranno svelati alcuni misteri!

C’era una volta un ricco signore, figlio di un piccolo imprenditore che è riuscito a crescere nei tempi d’oro dell’Italia. Questo ricco signore, a cui ho dato il nome, per non far torto a nessuno,  di Birbo ( che è il mio gattino, un gran opportunista ma bellissimo!), in pochi anni ha creato un impero dall’attività di famiglia.
COSTUI è BIRBO, un gran BIRICHINO!

Diciamo che Birbo ha reso l’impresa del padre praticamente nazionale: si occupa di grande distribuzione in senso lato, ma per la nostra storia facciamo finta che avesse un piccolo negozietto di alimentari e che poi abbia acquisito un marchio in franchising e sia riuscito a creare centri commerciali e negozi dalla clientela molto fluente. Immaginiamo anche che questi centri acquisto, tanto funzionavano, siano stati aperti anche in altre regioni. Inoltre, fantastichiamo ancora dicendo che il signor Birbo sia riuscito, essendo molto influente economicamente ed essendo a capo della maggioranza dei negozi in almeno 3-4 regioni, ad avere la presidenza del consiglio di amministrazione e a comandare su tutti. Ben presto il signor Birbo si accorse che la posizione gli piaceva parecchio e che gli affari decollavano sempre meglio.

Così, per molti anni il signor Birbo e i suoi dipendenti vissero felici e contenti.

Come ci si aspetta nelle fiabe  per bambini, la vicenda dovrebbe essere finita. Eppure, visto e considerato che è una storia dei nostri giorni, le cose vanno diversamente.

Un bel giorno le cose in azienda iniziano ad andare male: la CRISI economica fa crollare le vendite, lo stato inizia a tassare maggiormente i viveri, la gente compra sempre meno, i fornitori incalzano per essere saldati. Il signor Birbo inizia  a vedere i suoi punti vendita sempre più vuoti: i clienti scarseggiano e gli scaffali non sono per nulla  provvisti. Cerca delle soluzioni alternative per restare ancora sulla cresta dell’onda: nonostante lo scatafascio attorno a lui, approfitta di contributi statali per aprire nuove sedi, con spostamento momentaneo di dipendenti per gli allestimenti (a spese loro), e offerte iniziali un po’ allettanti. La situazione presto finisce nell’ovvio: iniziano i ritardi nei pagamenti, e c’è il rischio di non rinnovare il contratto a chi è in scadenza, o di garantire periodi di malattia o indennità di diritto. Il signor Birbo è costretto a rivolgersi in alto, per cercare di restare a galla, non tanto per pagare chi lavora dalle 8 e mezza alle 20 e 30 senza esser nemmeno iscritto ai sindacati, ma soprattutto per non perdere le sue residenze ai Parioli o l’esclusivo collegio internazionale per il figlio. E così, l’unica soluzione che gli viene prospettata è di mettere in una sorta di ‘cassintegrazione con obbligo di servizio’ i dipendenti in modo da avere una parte dello stipendio pagato dal settore pubblico e il resto deve metterlo Birbo.

Adesso la storia sembra finita. Eppure ancora no: il signor Birbo riesce a saldare solo alcuni dei tanti fornitori e per i dipendenti mancano all’appello ancora molti stipendi e la quattordicesima, inoltre ultimamente si è inventato un modo artificioso per ‘fregarli’. Ve lo spiego: da loro la possibilità di prendere un acconto (diverso a seconda del contratto) dalla mensilità corrente; ogni dipendente è convinto che quando gli pagheranno lo stipendio del mese  a cui corrisponde l’acconto, questo gli verrà effettivamente detratto. Invece, viene pagata in media una mensilità arretrata ogni mese e mezzo- due, e su questa mensilità vengono detratti gli acconti degli ultimi 2 mesi (da un rimanente stipendio del 2013 verrebbero detratti ad oggi maggio e aprile, per esempio).

Indovinate se su uno stipendio di circa 900 euro togliete  2 acconti di 400 euro l’uno, cosa rimane?

E così, il signor Birbo continua a fregare tutti vivendo tranquillo alle spalle di chi lavora per lui, proprio come quell’opportunista del mio gattino bianco e nero.

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